Caro diario, oggi sono diventata la mamma di mia figlia.

Sabato. Abbiamo dormito in albergo per non correre il rischio di rimanere intrappolati nel traffico. È una bellissima giornata di sole, è estate conclamata ormai e la luce è forte. È l’unico particolare che ricordo oltre alle sedie della sala d’attesa della psicologa dove dovevamo incontrarci per andare alla casa famiglia. È strano come il cervello ricordi inutili dettagli e rimuova tratti importanti di una vicenda.

Partiamo in auto e, in tutta sincerità, del viaggio di andata non ricordo nulla. Non saprei davvero dire se qualcuno di noi abbia proferito parola oppure no.

Io con la testa non c’ero davvero.

Arriviamo in una zona collinare, molto bella e ricca di vegetazione, dove c’è una casa. Avvicinandoci intravediamo qualche triciclo e una palla fuori, nel cortile, ma per il resto nessuna persona, nessun movimento.

Sappiamo che lì vivono una dozzina di bambini ma solo due in stato di adottabilità, gli altri hanno la mamma che si occupa di loro. Chissà dove saranno tutti.

Siamo ancora abbastanza lucidi e ci controlliamo molto bene anche se il cuore comincia a prendere un insolito ritmo.

Entriamo. La stanza è triste e buia, sembra un luogo di transito senza identità, un posto da cui ti viene voglia di uscire alla svelta. Anche il resto della casa sarà così?

Ci viene incontro una signora, non più giovanissima, che con modi piuttosto bruschi ci comunica che la bambina sta dormendo – che strano, è mezzogiorno – e che ora ce la porteranno, poi se ne va.

Mi siedo su un divano perché mi tremano le gambe, è sfondato, sono seduta quasi per terra. Mio marito cammina su è giù per la stanza come fa sempre per scaricare la tensione. Ognuno di noi affronta questo momento con le migliori risorse che ha, ma la mente umana è in grado di fare scherzi cattivi quando proprio non ce ne sarebbe bisogno e ci pone la fatidica domanda: e se non ci piacesse?

Un tuffo al cuore. Una domanda banale fa esplodere tutte le paure e il senso di inadeguatezza fa capolino dietro alle nostre sicurezze. Oggi tutto cambia: la vita di prima non sarà più la stessa e da questo momento saremo responsabili della vita di un’altra piccola persona. Ne saremo capaci? Sapremo amare questa bambina come merita? Sapremo accettarla senza riserve? Sapremo rinunciare a una parte di noi stessi per lei? Avremo la forza necessaria? Sapremo crescerla e farla diventare una persona positiva ed equilibrata?

Un pianto che proviene da un’altra stanza interrompe i nostri interrogativi. Sembra arrabbiato e inconsolabile nel medesimo tempo.

Il cuore si ferma del tutto e il respiro anche.

La testa sta per scoppiare.

In braccio a una donna di cui non ho il minimo ricordo se non che non era la stessa di prima, fa la sua apparizione, in un bagno di lacrime, dentro un vestitino rosso e bianco, una piccolina disperata.

«Ma è bellissima!» lui la accoglie così, con quella esclamazione che la accompagnerà spesso da ora in poi, lui, il suo papà è già rapito dal fascino di quell’esserino .

Io non mi muovo, non parlo, non penso, non ragiono. Piango e basta. Lacrime grandi come le sue scendono sul mio viso senza singhiozzi, come se finalmente il rubinetto fosse stato aperto.

L’ansia si scioglie, lo stomaco si apre, il cuore si alleggerisce. Tutti i miei sentimenti escono dai miei occhi insieme al pianto, senza più controllo né razionalità, la mia emotività si libera alfine e mi rincuora. Adesso non c’è più il dolore di dover accettare un umiliante stato fisico, non c’è più l’angoscia di affrontare chi ti esamina per mesi senza sapere come andrà a finire. Non sento più nessuno di questi pesi. Con le lacrime se ne stanno andando via. E ci sono altre lacrime ora, non le mie, che hanno bisogno di essere asciugate.

 

La psicologa, una donna pratica e di buon senso, che assiste all’incontro e comprende la delicatezza del momento e il nostro stato emotivo prende in braccio la piccolina e ci invita ad uscire da quella stanza triste che di certo non aiuta nessuno dei tre a reagire.

Fuori la luce ci investe come un’onda e ci scuote da questa emozione immensa.

Prendo in braccio la mia bambina e la porto dal suo papà, le abbiamo portato una coniglietta tutta rosa ma questo non sembra distrarla dai suoi dispiaceri e rasserenarla. Allora passeggiando la chiamo per nome e comincio a parlarle sottovoce in un orecchio, come se le stessi confidando qualche grande segreto.

Lentamente smette di piangere e sento che si abbandona sulla mia spalla. È fiducia? O è rassegnazione?

È l’ora della pappa e ci portano seggiolone, piatto e bicchiere lì, in cortile. Aiuto! Io non ho mai dato da mangiare a un bambino! E adesso cosa faccio? Quanto gliene do? Ogni quanto le do da bere? Perché nessuno mi insegna cosa devo fare?

D’accordo, calma, non può essere così difficile.

Cominciamo e, un po’ in bocca un po’ fuori, la pappa va giù, l’appetito non le manca e questo è importante per me che non so da che parte cominciare: è lei che mi insegna un cucchiaio dopo l’altro se è troppo o troppo poco. È veramente una bellissima bambina ma, ci dice l’assistente sociale, purtroppo non ride mai.

Inavvertitamente mette una manina dentro la pappa ma la ritrae subito, intimidita. Ho il sospetto che non le sia mai stato consentito farlo. La invito a riprovare, a toccare quella cosa morbida e umida. Mi guarda attonita come se le avessi proposto di mettere le mani nel fuoco, allora lo faccio io per prima, metto un dito nel piatto e mi mostro sorpresa, poi ne metto un altro e così, spronata dal mio esempio si azzarda coraggiosamente a sfidare quello che doveva essere stato uno dei primi rimproveri rivoltole: non si mettono le mani nel piatto.

Prima una manina, uno sguardo a me per avere conferma di fare la cosa giusta, poi l’altra.

Un sorriso enorme le illumina finalmente il faccino. Gli occhi ridono insieme alla bocca e mi guardano orgogliosi. Vittoria!

Abbiamo fatto la prima cosa insieme, complici abbiamo infranto una regola e ne abbiamo inventata un’altra: quello che si fa insieme alla mamma è sempre più bello.

Come sembra serena adesso! Mi guarda e ride ogni volta che tocca la pappa ed è più quella che va in terra che quella che va in bocca. Credo che per oggi il pranzo sia andato a farsi benedire ma non ha importanza. Abbiamo fatto una grande cosa insieme, abbiamo stabilito un’intesa, trovato un canale dentro il quale comunicare, e ci siamo fidate l’una dell’altra mettendo da parte qualsiasi riserva.

Dobbiamo andare. Vorremmo poterla portare con noi, via da questa specie di inflessibile collegio svizzero dove nessuno sembra capace di farla ridere, ma sappiamo che non è possibile e che passerà del tempo prima che possiamo stare insieme a casa.

La salutiamo e le dico che torneremo molto presto. Cosa proverà in questo momento? Saremo solo due persone qualsiasi che hanno passato un paio d’ore con lei o avrà in qualche modo compreso che siamo diversi dagli altri? Ci riconoscerà quando verremo qui di nuovo? Quanto tempo ci vorrà affinché arrivi ad aspettarci? A desiderare di vederci e di stare con noi?

 

«È andata molto bene, vi pare? – ci chiede la psicologa, e prima che possiamo rispondere aggiunge – ci rivediamo martedì. Per portarla a casa.»

 

 

Curiosa, mai sazia, innamorata della rete. Social Media Manager non per caso ed Event Manager da una vita. Poco accademica e molto pragmatica, positiva, propositiva e tenace, ho sempre un progetto in fieri e un piano B. Mangio poco, dormo poco, corro molto. E intanto penso.

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