Il libero professionista, lo zen e l’arte della sopravvivenza al cuGGino

Certe cose, c’è poco da fare, tornano sempre a galla.

Lungi da me l’idea di fare paragoni irriverenti ma questa storia del cuGGino è proprio come certi elementi, più o meno fisiologici, che restano sopiti per un po’ ma basta una piccola rimestatina ed eccoli lì che galleggiano.

Un po’ di tempo fa proiettavo questa slide al Mashable Media Day a Milano suscitando apprezzamenti, sorrisi, e una valanga di tweet: un bambino stupendo, una foto professionale e un argomento caro a tutti. Era vincere facile, lo so.

 

il cuggino

 

Pensavo che la cosa sarebbe finita lì e invece mi sono ritrovata coinvolta in tante conversazioni dove ancora si battibecca in merito, così vorrei dire la mia, magari una volta per tutte.

Del cuGGino ho già parlato più volte ma, a scanso di equivoci, vi rimando a Wikipedia  e a Elio per capire di cosa stiamo parlando.

Nella fattispecie invece dell’ambito web marketing e comunicazione digitale il cuGGino è colui che viene ingaggiato per “stare su facebook” – neanche il web marketing si risolvesse in un social network – visto che lo fa tutto il giorno, e che è in grado fare danni maggiori delle sette piaghe d’Egitto tutte insieme.

Ora, se non è difficile da capire che la mancanza di professionalità è deleteria, perché ancora se ne discute? Perché ci tocca assistere all’apologia dell’incompetenza? Perché sì, è questo che succede, che succede ancora e anche da parte di chi le differenze dovrebbe averle belle chiare in testa.

Cosa distingue un (libero) professionista da un cuGGino?

In breve due cose:

  • La competenza
  • La p.iva

E qui c’è dentro tutto.

Cos’è la competenza? E’ una laurea? Una specializzazione? E’ sapere a memoria tutto-ma-proprio-tutto di quell’argomento? No, la competenza è il frutto dell’esperienza, che genera la capacità di individuare i problemi (se non ci fossero problemi non ci sarebbe bisogno di qualcuno che se ne occupi) e di risolverli attraverso l’elaborazione di un sistema (strategia) che porti a dei miglioramenti tangibili. Sono le capacità portate effettivamente a compimento, quindi non un potenziale a sé stante ma valido solo se calato nella realtà. Non sto dicendo che non serva studiare, anzi! Ma sto dicendo che non basta.

E la Partita Iva cosa c’entra? Facile: averla significa che questa persona basa la qualità della sua esistenza su questo lavoro, senza altre distrazioni, senza altri impegni a mezza via. Questo significa che è competente (o dubito che qualcuno gli affiderebbe un lavoro o quantomeno che avrebbe vita lunga), che dedica spazio all’aggiornamento e la formazione (idem come sopra), che dedica la sua vita lavorativa a un unico e chiaro obiettivo.

Poi ci sono quelli che vivono quel momento di limbo tra il decidere cosa vogliono fare da grandi, mentre ancora stanno studiando o stanno facendo esperienza in azienda o in agenzia e se la giocano a forza di ritenute d’acconto prima di decidere se cercare di farsi assumere o tentare la strada della libera professione: ci siamo passati tutti, chi prima chi poi… corretto e legittimo, ma non è una situazione che può durare in eterno, non foss’altro perché con 5 mila euro all’anno non ci si campa.

Ora, non me ne vogliano i junior di turno che si sentono padroni del mondo solo perché possono sventolare una laurea specifica e magari anche un master definendosi freelance: leggetevi piuttosto questo bellissimo articolo di Riccardo Scandellari che con il suo innato equilibrio parla di  “riscatto della mediocrità” e inneggia alla competenza ottenuta tramite esperienze trasversali.

L’esperienza arriva con il tempo, con il lavoro, e soprattutto con gli sbagli. Quelli che ci fanno fare un passo indietro, che ci fanno rivedere i nostri piani, quelli che ci fanno fermare e ripartire tante e tante volte: non si è professionisti solo perché si è creativi, perché si hanno tante idee, perché si è veloci col mouse e con le sinapsi. Lo si diventa perché si è sputato sangue sui desktop e si sono versate lacrime su ciò che abbiamo fatto, si è gioito pubblicamente dei successi ed esultato segretamente delle rivincite. Perché ci si è costruiti nel tempo.

 

Caro imprenditore quindi che stai per scegliere il tuo social media manager, se vuoi stare lontano dai guai non accontentarti di chi costa poco, non accontentarti di chi non è in grado di dimostrarti la sua competenza, lavorare bene con i social network è la cosa più lontana dal gioco che si possa immaginare.

E se vuoi scegliere un giovane fallo! Sceglilo motivato e concentrato, dagli la possibilità di sperimentare ma non lasciarlo da solo, fagli sentire la tua presenza, offrigli la tua collaborazione, fallo crescere insieme all’azienda e aiutalo a diventare un professionista. Non se ne dimenticherà. Ne sono certa.

 

PhotoCredits: Lisa Conti – Palestra Digitale

 

 

Curiosa, mai sazia, innamorata della rete. Social Media Consultant non per caso ed Event Manager da una vita. Costruita su esperienze eterogenee, positiva, propositiva e tenace, ho sempre un progetto in fieri e un piano B. Mangio poco, dormo poco, corro molto. E intanto penso.

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6 thoughts on “Il libero professionista, lo zen e l’arte della sopravvivenza al cuGGino

  • Sai Daniela al contratto si arriva con 3 fasi:
    1) un prodotto (servizio o consulenza o un caffé…)
    2) un buon marketing (social, di prossimità, guerriglia…con il blog…. anche un caffè in autostrada se serve a portare il potenziale cliente da chi vende)
    3) la trattativa.
    Per evitare il problema del cliente che resta in potenza e parla di “cuggino che è un drago” si deve solo guardare a quale fase delle tre si ferma (se è la prima è un dramma)

  • Concordo pienamente Andrea. Mi riferivo in particolare al lavoro di Community Manager che è alquanto bistrattato e, purtroppo, ancora inflazionato dai cuGGini.
    Lunga vita a chi sa quel che fa! 😉

  • Il Community manager è la parte più difficile, complicata, complessa e impegnativa di tutto il pacchetto. Perché il prodotto è sempre una risposta al mercato e la fase finale si impara (relativamente) in fretta.
    Il vostro è un lavoro che io vedo molto vicino alla magia o alla fisica quantistica.

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